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25 ottobre 2018

      
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    Rubrica: CONOSCERE IL CUORE

    Indagine-denuncia dal congresso della Società europea di cardiologia

    Pochi, dopo un infarto, vanno in riabilitazione

    La palestra riduce del 25% la probabilità di ricadute. E invece persino molti medici credono che un percorso anti-rischio sia necessario solo dopo il by pass. “Dare a tutti l’opportunità del recupero: è un diritto dei pazienti”.
    giovedì 29 gennaio 2009

     

    Le statistiche stanno lì a dimostrare che se dopo un infarto, un’angioplastica o un intervento di by pass si segue un programma che preveda esercizio fisico guidato e controllato, e sedute per imparare a gestire e ridurre i fattori di rischio (fumo, alimentazione, ecc.), le probabilità di una ricaduta spesso fatale si riducono di un buon 25%. Purtroppo invece il percorso di riabilitazione viene proposto a meno della metà dei pazienti dimessi dall’ospedale ma non basta: solo poco più del 30% lo intraprende davvero. Questi sono i risultati dell’indagine Euroaspire III condotta in venti paesi europei e appena presentata, a Monaco, al congresso della Società europea di cardiologia.

    E in Italia come vanno le cose? Una sintesi significativa è stata fatta al Corriere della Sera dal dr. Raffaele Griffo, presidente del Gruppo italiano di cardiologia riabilitativa e preventiva che ha censito tutte le strutture italiane che offrono il servizio. Vero è che, tra il 2002 e il 2008 il numero di queste strutture è aumentato del 16%. Ma non ci siamo ancora. “Al Sud i centri per la riabilitazione cardiovascolare sono meno numerosi” (vedi qui le cifre rivelatrici di gravi squilibri, ndr) e per giunta “due terzi delle strutture prevedono il ricovero: è più remunerativo per gli ospedali, ma è adatto soprattutto per chi è reduce da un intervento cardochirurgico, mentre chi ha avuto un infarto o è stato sottoposto ad angioplastica dovrebbe essere indirizzato all’ambulatorio di riabilitazione. Teoricamente tutte le unità coronariche dovrebbero averlo”, come ce l’ha appunto l’ospedale romano Santo Spirito.

    Sottolinea ancora Griffo che il problema è che “spesso gli stessi medici non prescrivono riabilitazione dopo un infarto, e invece se non si seguono le terapie giuste, come assicura il percorso di riabilitazione, il rischio per cuore e vasi resta tale e quale”. D’altra parte quello della riabilitazione è un approccio faticoso, avverte il dr. Salvatore Pirelli, presidente dell’Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri: “Riabilitazione significa esercizio fisico ma anche terapia occupazionale per reinserire il paziente nella società, supporto psicologico, educazione per cambiare la dieta, smettere di fumare e seguire le cure. I risultati però di vedono nel lungo termine, così spesso la riabilitazione viene trascurata”.

    Ma anche l’aderenza alla terapia è alta finché si segue il programma di riabilitazione, “mentre – constata Griffo – dopo sei mesi o un anno molti gettano la spugna se non vengono richiamati dai medici. Stiamo cercando di capire come seguire i pazienti dopo i primi mesi. Il primo passo però è dare a tutti l’opportunità della riabilitazione: è una terapia efficace ed è un diritto dei pazienti pretenderla e farla”.

    POCHI E MALDISTRIBUITI I LUOGHI DI RIABILITAZIONE

    Le strutture di riabilitazione cardiologica in Italia sono 190. Poche, ma soprattutto malditribuite: a patirne è naturalmente il Sud. Al Nord ogni 263mila abitanti c’è un centro di riabilitazione, al Centro ce n’è uno per 384mila, nel Mezzogiorno ogni centro ha in carico 434mila potenziali pazienti. Dopo quali emergenze si fa riabilitazione? Per il 55% dopo un intervento chirurgico, per il 14% in seguito ad angioplastica, per il 12% per scompenso, solo per il 10% post infarto. I pazienti presi in riabilitazione ogni anno sono mediamente 60mila: un terzo di quelli che dovrebbero farla. Dove l’assistenza riabilitativa? Solo nelle misura del 20% nel luogo “dedicato”: la palestra ambulatoriale di riabilitazione.

    “BUONA LA PREVENZIONE, MA TROPPA ATTESA PER LE CURE”

    Una inchiesta di EuroConsumer colloca l’Italia all’undicesimo posto su ventinove paesi del vecchio continente quanto a qualità della prevenzione e delle cure cardiovascolari. In testa Lussemburgo, Francia, Norvegia e Svizzera. Per l’Italia si apprezza “un buon sistema di prevenzione” ma “ai pazienti viene presentata una immagine assai frammentaria dei trattamenti disponibili, farmaci inclusi”. Altre osservazioni: non sempre e ovunque disponibilità di defibrillatori in aree pubbliche, non sempre e ovunque vengono adottati i farmaci più recenti, e soprattutto si sottolinea la necessità di “ridurre i tempi di atesa prima del ricovero in ospedale”.


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