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    Rubrica: CONOSCERE IL CUORE

    Perché ti viene il fiatone durante l’attività fisica?

    Quali sono i test-cuore e perché si effettuano - 4, valutazione cardiopolmonare
    giovedì 29 gennaio 2009

     

    Il test cardiopolmonare è un metodo valutativo non invasivo che permette di chiarire le cause della difficoltà respiratoria che compare durante l’attività fisica (dispnea da sforzo), di quantificare l’entità della compromissione funzionale, la progressione della malattia che la determina, la prognosi e l’efficacia della terapia somministrata. Si tratta di un completamento del normale test da sforzo che consente di ottenere un quadro globale della condizione del paziente, valutando contemporaneamente la funzione cardiaca, respiratoria e muscolare durante esercizio. Questo esame infatti supera il tradizionale test da sforzo mediante il quale si possono osservare solamente i sintomi, l’andamento della pressione arteriosa e le eventuali modificazioni dell’elettrocardiogramma; col test cardiopolmonare , invece, si può conoscere anche l’aspetto metabolico e lo scambio di ossigeno e anidride carbonica a livello cellulare (la respirazione cellulare).

    E’ quindi un test completo di valutazione della capacità funzionale perché riesce a tracciare un profilo fisiologico dettagliato di un soggetto sotto sforzo analizzando l’aspetto cardiaco, respiratorio e metabolico. L’apparecchiatura che viene utilizzata per eseguire il test da sforzo cardiopolmonare consente di misurare la ventilazione, il consumo di ossigeno e la produzione di anidride carbonica durante lo svolgimento dell’esercizio, di valutare la capacità di adattamento allo sforzo e gli eventuali fattori limitanti analizzando le riposte ventilatorie, cardiovascolari, e metaboliche.

    Il test viene utilizzato soprattutto in pazienti cardiopatici e/o broncopneumopatici. In particolare è indicato in tre categorie. La prima è quella dei pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico nei quali è considerato un test fondamentale nella valutazione dei soggetti da candidare al trapianto cardiaco. Rimanendo nell’ambito dello scompenso, anche al di fuori dell’indicazione al trapianto, il test è uno strumento indispensabile per la stratificazione prognostica e può essere un’utile guida alla scelta della terapia più idonea e alla programmazione di un percorso assistenziale adeguato in soggetti cardiopatici di qualsiasi età.

    Un’altra categoria di pazienti per i quali questo test è indicato è rappresentata dai cardiopatici ischemici per i quali è necessario verificare la riserva coronarica, come i pazienti operati di by-pass aorto-coronarico o sottoposti a rivascolarizzazione coronarica mediante angioplastica, per i quali il test serve a evidenziare l’eventuale presenza di ischemia da sforzo residua e fornisce informazioni aggiuntive rispetto al classico test ergometrico.

    La terza categoria riguarda il cardiopatico e/o bronchitico cronico che deve iniziare un programma riabilitativo. Nel caso di patologie respiratorie, come l’ enfisema polmonare o la bronchite cronica, l’esame può fornire indicazioni importanti sull’entità della malattia, sulla sua evoluzione e sull’impostazione di un programma terapeutico-riabilitativo.

    In ambito sportivo il test serve per valutare prevalentemente persone sane, ma anche atleti con precedenti di malattie cardiovascolari per i quali si può ipotizzare un ritorno all’attività sportiva. Inoltre è consigliabile a persone che non svolgono attività sportiva agonistica ma che vogliono conoscere il loro limite e quali sono i margini di miglioramento dal punto di vista cardio- respiratorio; in particolare è utile per chi pratica sport aerobici, come il ciclismo,il mezzo fondo, la maratona, lo sci di fondo ecc.. L’attrezzatura consiste in un ergometro (cicloergometro o tappeto rotante), un elettrocardiografo dotato delle 12 derivazioni standard, un pneumotacografo (che serve a misurare la ventilazione polmonare) abbinato ad un analizzatore di gas (ossigeno e anidride carbonica), il tutto gestito da un software. La strumentazione deve essere calibrata prima dell’inizio di ciascun test. Il paziente viene collegato all’ apparecchiatura per mezzo di un boccaglio dotato di rilevatore del respiro. Questo strumento trasmette ad un monitor, analizzando respiro per respiro, l’andamento del consumo di ossigeno e la produzione dell’anidride carbonica. La strumentazione consente inoltre di costruire un grafico formato da una serie di curve che illustrano il metabolismo del soggetto.

    Prima di iniziare, il paziente viene istruito sulle modalità e la durata del test, e sul modo con cui comunicare i sintomi o il desiderio d’interrompere l’esercizio al medico e all’infermiere. Durante la prova, infatti, il paziente non potrà parlare ma comunicherà solamente a gesti a causa del boccaglio che dovrà essere mantenuto per tutta la durata dell’esercizio . Attraverso il boccaglio, infatti, riceverà una miscela di ossigeno e azoto e all’interno dello stesso boccaglio dovrà espirare per permettere al sistema di analizzare i gas emessi. Per essere completo e valutabile, il test deve durare almeno 6-12 minuti, tenendo conto che per i soggetti affetti da scompenso cardiaco si utilizzano dei protocolli di tipo “rump” ovvero con incrementi di 10 watt al minuto in modo da permettere agli apparati cardio-respiratorio e muscolare di adattarsi gradualmente allo sforzo e quindi di completare il test in modo corretto. Durante la prova e durante la fase di recupero la pressione arteriosa viene rilevata una volta al minuto.

    Il test è generalmente ben tollerato da tutti i soggetti, compresi gli anziani con cardiopatia in fase avanzata, e presenta un basso numero di complicanze. Durante il test vengono misurati vari parametri: i più utili per il cardiologo sono il consumo di ossigeno al picco dell’esercizio ( VO2 di picco), la soglia anaerobica (che rappresenta il momento in cui durante l’esercizio il metabolismo anaerobico si aggiunge a quello aerobico causando un aumento della lattacidemia ) e il tipo di risposta ventilatoria. Tutti questi parametri hanno una forte valenza nella stratificazione del rischio e le loro variazioni nel tempo verificate per mezzo di test ripetuti periodicamente possono dare una misura dell’efficacia della terapia somministrata. L’identificazione della soglia anaerobica è un modo per avere un adeguato controllo sull’attività fisica svolta dal cardiopatico in corso di un programma di riabilitazione in quanto è un parametro preciso e riproducibile che viene utilizzato per impostare e monitorare il “training cardiovascolare” in sicurezza e con la certezza di ottenere un buon recupero. Lavorando entro i limiti di questa soglia l’esercizio è infatti tollerabile per periodi prolungati e si ottengono effetti benefici, mentre oltre tale livello di guardia (ossia in condizioni di anaerobiosi) non si ha l’effetto allenante ricercato e si rischiano complicanze.

    La risposta iperventilatoria all’esercizio (identificata da una elevata pendenza della retta di regressione lineare relativa al rapporto tra ventilazione e produzione di anidride carbonica durante il test) è uno dei principali segnali di alto rischio in quanto caratteristica dei soggetti che andranno incontro alle complicanze maggiori a breve termine e per i quali e’ quindi necessario scegliere le terapie più aggressive e programmare controlli ravvicinati.

    Il test cardiopolmonare si utilizza da alcuni anni, ma solo recentemente è diventato un esame di routine. E’ di fondamentale importanza per una cardiologia di alto livello disporre dell’apparecchiatura adatta e del personale qualificato per effettuarlo. Esso rappresenta infatti una tappa fondamentale del processo di valutazione funzionale e di stratificazione del rischio del paziente cardiopatico.


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