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    Rubrica: TESTIMONIANZE

    Le mutate condizioni di vita possono influire sul cuore

    Sarà un caso, ma l’infarto è arrivato dopo la pensione-
    mercoledì 24 febbraio 2010

     

    Poi qualcuno dice che l’improvviso mutamento delle condizioni di vita non influisce sul cuore. Prendiamo il caso di Vittorio Cives, 65 anni, da due assiduo frequentatore della palestra di riabilitazione dell’ospedale Santo Spirito. Dunque, il 21 dicembre del 2007 Vittorio – un geometra innamorato del suo lavoro – va in pensione, lascia l’impresa per cui ha lavorato una vita contribuendo a costruire in mezz’Italia. Il giorno dopo ecco, improvvisa, una forte compressione al petto: infarto.

    - Infarto da sgomento, da crisi d’identità, la pensione come annullamento di una vita?-“Beh, certo, il lavoro mi piaceva molto, mi ha dato grandi soddisfazioni. Avevo intuito che la mia vita sarebbe cambiata, ma non al punto che mi venisse – come si dice? – il crepacuore. Ho capito che mi ero trovato davvero, e d’improvviso, come in un vuoto. E’ stata dura, ma l’ho superata. Non subito. Anzi, è stata lunga.”

    - Come hai superato la crisi cardiaca?-“Con due stent, il primo al Sant’Eugenio ed il secondo al Santo Spirito. Ma poi ho cominciato a soffrire anche di scompenso. E allora hanno applicato un defibrillatore.”

    - E come stai, ora?
    - “Molto bene. Ma grazie a due cose: il cambiamento di quello che i medici chiamano lo stile di vita, e la frequenza della palestra. Non fumo più. Un bicchiere di vino, ma solo ai pasti. Niente più superalcolici, addio bicchierino dopo cena…”

    - E la palestra?
    - “Me l’ha consigliata il cardiologo, il dottor Ricci che dirige la Cardiologia al Santo Spirito. La palestra? Una mano santa. Non solo perché mi accorgo ogni giorno che mi fa bene, e quindi non perdo una seduta. Ma perché è anch’essa una cura, sul piano psicologico. Il fatto di socializzare il malanno mi ha aiutato moltissimo a superare la crisi. Insomma non vivo da solo il dopo-infarto: sono tra colleghi, ci aiutiamo, ci sproniamo, siamo partecipi di esperienze analoghe, e decisi a viverle come un dato dell’esistenza. Senza drammatizzare più di tanto quel che è stato. E sperando di aver già dato…”


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