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    Rubrica: CONOSCERE IL CUORE

    Lo stent che si riassorbe

    Non di metallo ma in materiale biodegradabile
    sabato 2 aprile 2011

     

    Lo “stent ideale” ancora non esiste. Dovrebbe avere una compatibilità tissutale tale da consentire alle superfici dello stent impiantato di “mimare” gli stimoli e le risposte di un tessuto naturale esposto (perchè danneggiato) da un danno tessutale, provvedendo al contempo un ambiente locale favorevole alla formazione di tessuto normale come risultato del processo di “guarigione” della lesione trattata. I biomateriali che compongono lo stent impiantato, nonostante siano biologicamente inerti ed atossici, spesso purtroppo inducono risposte di tipo infiammatorio – fibrotico – infettivo e trombotico da parte della parete del vaso interessata. La ricerca di questi ultimi anni nel campo degli stents, oltre che verso rivestimenti con sostanze sempre più efficaci nel bloccare i fenomeni proliferativi eccessivi e sempre più favorenti i processi di riendotelizzazione dello stent, si è avviata verso lo studio di stent completamente “bioriassorbibili” o “biodegradabili”, nei quali cioè l’impalcatura a rete, una volta eseguito il “compito”, venga gradualmente riassorbita nel giro di due anni e non costituisca quindi più un “corpo estraneo” all’interno della coronaria.

    Abbott ha annunciato di aver ottenuto il marchio CE per il primo ed unico stent al mondo ad essere completamente bioriassorbibile. La tecnologia utilizza acido polilattico, noto materiale biocompatibile che viene comunemente usato per dispositivi medici quale il materiale per suture riassorbibili. Poiché si evita la presenza permanente di una protesi metallica, il vaso sanguigno del paziente trattato con questa tecnologia bioriassorbibile può eventualmente riprendere la fisiologica mobilità, flessibilità e pulsatilità tipiche dei vasi non trattati. Il ripristino di tali funzionalità vascolari fisiologiche rappresenta solo uno degli aspetti che fanno dello stent biodegradabile una innovazione significativa per i pazienti che necessitano di questo tipo di trattamento non chirurgico della coronaropatia.

    In altre parole, il fatto di avere uno stent che, una volta “fatto il suo lavoro” (cioè mantenuta pervia l’arteria e guarita la parete della stessa) “scompare”, eliminerebbe la necessità di dover ricorrere a lungo termine a doppia terapia antitrombotica, senza peraltro esser gravati dal rischio di trombosi dello stent a più o meno lungo termine. Gli stents bioassorbibili, inoltre, possono essere utilizzati con maggior confidenza anche in casi anatomia vasale sfavorevole e complessa, in cui gli stents tradizionali possono costituire un “impedimento” sulla geometria e morfologia dei vasi ed essere più suscettibili a fratture. Gli stents biossorbibili possono forse giocare un ruolo nel trattamento delle placche aterosclerotiche “vulnerabili” cioè delle placche più “a rischio” di rottura: fissurazione, trombosi sovrapposta ed embolizzazione. Se si confermeranno queste positive premesse, l’impiego su larga scala degli stents di nuova generazione potrà consentire di eliminare la necessità di ricorrere a prolungate terapie antiaggreganti piastriniche con i conseguenti rischi di sanguinamenti e problemi in caso di necessità di interventi chirurgici non procrastinabili.

    Infine, un’affascinante prospettiva degli stents riassorbibili risiede nella loro potenzialità di trasformare un’arteria malata in una guarita; ciò può essere traslato alla possibilità di trasformare una placca “vulnerabile” (cioè a rischio) in una placca “stabile”. In questo senso, l’uso di questi stents avrebbe anche un significato preventivo, in quanto contribuirebbe a prevenire gli attacchi cardiaci ischemici, che, come noto, sono nella maggior parte dei casi dovuti a rottura-fissurazione e trombosi di placche “vulnerabili”. Uno stent visto quindi nell’ottica non solo di una medicina curativa ma anche di una medicina preventiva, in quanto in grado di trasformare l’istologia e la struttura cellulare dell’arteria da zona ad alto rischio a zona a basso o nullo rischio.


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