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25 ottobre 2018

      
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    Rubrica: CONOSCERE IL CUORE

    Rilassamento? Sì, grazie contro lo stress del cuore

    Una tecnica nata negli Anni Trenta e utilizzata dai pazienti del S. Spirito
    sabato 2 aprile 2011

     

    Gli ultimi vent’anni hanno visto intensificarsi gli studi sulla risposta agli eventi stressanti, con una particolare attenzione alle modalità di adattamento psichico alla malattia fisica. Insieme, si è verificato il progressivo spostamento da una visione dell’essere umano come assediato dagli insulti dell’esistenza a una visione più flessibile in cui gli eventi stressanti sono considerati come circostanze da governare attraverso l’uso del pensiero o degli strumenti psicologici e sociali a disposizione. Favorire il ritorno ad una vita sociale e occupazionale il più simile possibile a quella precedente all’evento cardiovascolare rappresenta forse il fine ultimo dell’intero iter riabilitativo. Il paziente, infatti, può manifestare dubbi e paure riguardo alla normale ripresa della vita occupazionale e sociale quotidiana. Si dovrebbe, quindi, aiutarlo a ripristinare una soddisfacente vita sociale ed occupazionale.

    L’organismo umano affronta o sopporta le difficoltà (stressor), procurando l’energia necessaria tramite un processo naturale, la reazione o risposta di stress, paragonabile a un innato meccanismo di adattamento che consente di adeguare le reazioni individuali all’imprevedibile variare delle circostanze. Il neuroendocrinologo Hans Selye identificò, in tale processo, tre fasi fondamentali: reazione di allarme, resistenza o adattamento ed esaurimento, che si succedono nell’organismo durante ogni reazione da stress e chiamò l’intera sequenza General Adaptation Syndrome (G.A.S.) ovvero ”sindrome generale di adattamento”. Questa sindrome è dunque un meccanismo difensivo con cui l’organismo si sforza di superare le difficoltà per poi tornare, al più presto possibile, al suo normale equilibrio operativo (omeostasi). La risposta allo stress risulta dunque essere un insieme di reazioni a catena che coinvolgono innanzitutto il sistema nervoso, il sistema endocrino e il sistema immunitario agendo di conseguenza su tutto l’organismo. Lo scopo di tutti questi cambiamenti è uno solo: mettere l’individuo nella migliore "condizione di combattimento o fuga".

    Ovviamente questo meccanismo di risposta di stress riguarda tutti e dà i suoi frutti: senza stress non si sarebbe in grado di reagire efficacemente, si tratti di affrontare o fuggire una belva (situazione oggi più rara) o di fornire la risposta esatta a un esame (situazione più frequente). La risposta allo stress, identificata da Selye, è condizionata fondamentalmente da tre elementi: lo stressor, l’individuo e l’ambiente in cui essi interagiscono. Esistono stressor fisici (l’esposizione al freddo, ecc…), metabolici-biologici (riduzione dei livelli glicemici, ecc.), psicologici (una prova d’esame), psicosociali (un evento di perdita o lutto). Oltre alla natura dello stressor sono molto importanti anche l’intensità, la frequenza e la durata dello stimolo nel condizionare l’entità della risposta. Stressor troppo potenti, frequenti e prolungati sono in grado di superare la possibilità di resistenza dell’organismo e di iniziare un processo patologico. Un ultimo aspetto molto significativo dello stressor è rappresentato dal grado di novità, prevedibilità e soprattutto evitabilità dello stimolo. Se infatti si tratta di qualcosa di mai fronteggiato in precedenza o imprevedibile o inevitabile, induce nell’uomo una risposta più ampia di quella indotta da uno stimolo noto o al quale sia in grado di sottrarsi. L’individuo è il terreno su cui lo stressor agisce ed è il risultato non solo del patrimonio genetico dell’individuo, ma anche di un processo detto di "imprinting psicobiologico" ossia la modificazione della reattività del soggetto a seguito della precedente esposizione a stressor di varia natura. Ambiente: costituisce la terza importante componente della risposta di stress, rappresentando in un certo senso la sorgente degli stimoli stressogeni.

    Attualmente esistono molteplici e diversificati programmi di gestione dello stress i cui scopi sono comunque comuni: aiutare il paziente ad identificare gli stressor, riconoscere risposte emotive e fisiche allo stress, diminuire i livelli generali di attivazione e sviluppare strategie efficaci. Le principali tecniche utilizzate sono: il training di rilassamento, il training assertivo o delle competenze sociali. Accanto a queste, i singoli fattori stressanti possono essere trattati secondo le modalità dell’intervento di couselling. Nel Servizio ambulatoriale di riabilitazione cardiologia del S. Spirito, si applica la tecnica del rilassamento muscolare progressivo, basata sull’alternanza contrazione/rilasciamento di alcuni gruppi muscolari. Questa tecnica è stata ideata negli Anni Trenta dal medico e psicofisiologo statunitense Edmund Jacobson; nasce dalla volontà di sciogliere rapidamente stati di tensione, di ansia o di stress; ed è indicata anche per le persone che non riescono a praticare il rilassamento autogeno, la meditazione o altre tecniche. Ecco alcuni principi base da conoscere per praticare con i migliori risultati il rilassamento muscolare progressivo. Per raggiungere il massimo rilassamento esercitarsi con regolarità; durante la pratica è necessario non esser disturbati; indossare indumenti comodi e caldi, ottenebrare l’ambiente circostante e curare che la temperatura sia confortevole; respirare inspirando col naso fin nell’addome, espirare e aspettare l’impulso istintivo di inspirare prima di procedere a inspirare di nuovo col naso. Per assicurarsi della correttezza della respirazione basta poggiare una mano sull’addome e sentirne l’alzarsi e l’abbassarsi. Come concludere, quindi? Buon rilassamento a tutti!


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